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By Serge Latouche

Che cos'è mai l'abbondanza frugale, oltre a un ossimoro che lega provocatoriamente due opposti, a un'ennesima parola d'ordine suggestiva e impraticabile? Se qualcuno replicasse così alla prospettiva di una convivenza capace di sobrietà non punitiva, verrebbe preso sul serio da Serge Latouche, e contraddetto con ottime ragioni. Agli argomenti di chi dissente da lui e dagli altri, sempre più numerosi, "obiettori'di crescita", il maggior teorico della decrescita dedica questo libro, ormai necessario dopo anni di malintesi, resistenze, travisamenti strumentali, accese controversie. Gli sviluppisti incrollabili, o gli scettici poco inclini a dar credito alle logiche antieconomiche, troveranno qui il repertorio delle loro tesi e delle loro perplessità, smontate una a una. Sarà difficile continuare a sostenere con qualche fondatezza che l. a. decrescita è retrograda, utopica, tecnofoba, patriarcale, pauperista. los angeles crisi devastante che stiamo vivendo l. a. indica invece come l'uscita laterale dalla falsa alternativa tra austerità e rilancio scriteriato dei consumi. Un'abbondanza virtuosa, ci avverte Latouche, è forse l'unica compatibile con una società davvero solidale.

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Per prolungare soltanto di qualche anno l’illusione della crescita bisognerebbe privatizzare e mercantilizzare le ultime riserve della vita sociale e far crescere il valore di una massa inalterata o in diminuzione di beni d’uso. Questo programma socialdemocratico, una sorta di fondo di magazzino dei partiti di opposizione, non è credibile, in primo luogo perché questi partiti non sono in grado di mettere in discussione la camicia di forza del neoliberalismo che loro stessi hanno contribuito a costruire negli ultimi trent’anni, e poi perché la logica attuale del sistema presuppone una sottomissione senza tentennamenti ai dogmi monetaristi.

Una situazione in cui la massa dei lavoratori è condannata alla pura sopravvivenza e ogni eccedenza di popolazione è motivo di morte per miseria o violenza. John Stuart Mill, al contrario, pur condividendo la tesi dei rendimenti decrescenti nell’industria, presenta lo stato stazionario in modo più roseo. Essendo assicurata la sopravvivenza materiale, l’arresto dell’accumulazione netta metterebbe fine allo sconvolgimento continuo, allo stress e alle sventure che li accompagnano. La società, liberata dall’ossessione della crescita, potrebbe dedicarsi all’educazione delle masse e il tempo libero permetterebbe ai cittadini di elevare la loro cultura.

La vecchia tesi dello stato stazionario degli economisti classici vive dunque una seconda giovinezza. Tuttavia, la visione che sta dietro tanto al concetto di stato stazionario quanto a quello di crescita zero è fondamentalmente diversa da quella del concetto di decrescita. La differenza sta nel fatto che in entrambi i casi si tratta di decrescita forzata all’interno di uno stesso sistema e non di una scelta di civiltà alternativa. 6 Quanto alla crescita zero, è una proposta che tende a congelare il sistema di produzione e il modo di vita esistenti, senza mettere in discussione i fondamentali dell’economia.

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